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Un giorno dopo l’altro, la vita è tutta qua…

 

Un giorno dopo l’altro

Mi alzo dopo aver fatto squillare la sveglia del Blackberry quattro volte, venti minuti di godimento con i piedi che si distendono come due animaletti consapevoli che fra poco dovranno schiacciarsi sotto il peso della gravità del mio corpo obeso.

Faccio colazione con il buon pane che ho fatto ieri e metto sul tavolo qualche biscottino per i due gatti miagolanti.

Faccio i miei bisogni con serenità leggendo il giornale di ieri. Gli ultimi minuti prima di affrontare la giornata. Dal giardino rumori di furgoni che fanno manovra, danneggiando come al solito le mie piante. L’ennesimo appartamento che viene ristrutturato in questa casa che era popolare e che adesso viene conquistata dalla borghesia radical chic attratta dalla struttura a basilica e dal fascino del giardino che ho sistemato io gratis in questi trent’anni. Anch’io me ne devo andare, più in periferia, le spese qui, con la dittatura dei soldi sono divenute insostenibili e l’ipocrisia delle cene “comunitarie”, del “condominio solidale” mi è troppo fastidiosa.

Mi vesto, un giretto in giardino, rassetto e mi metto a lavorare. Sto facendo un sito web in cui compaiono i dati ed i volti dei 9000 ebrei italiani travolti dalla Shoah: Clicco a caso su un nome.

Michelangel  Boehm, figlio di Benedetto Boehm e Luigia Polacco è nato in Italia a Treviso il 25 dicembre 1867. Coniugato con  Margherita Luzzatto .
Arrestato a Tirano in provincia di  Sondrio.
Deportato nel campo di sterminio di  Auschwitz.
Non è sopravvissuto alla Shoah.

Di lui c’è anche la foto con sua moglie anche lei deportata. Ricarico la stessa pagina 20, 30 volte, via via che correggo piccoli errori nel codice. Nella mia testa alternativamente Michelangelo Boem, è una persona di cui cerco d’immaginare l’esperienza terribile, il suo viso austero e signorile in cui provo ad immedesimarmi, oppure una foto troppo larga che necessita di costruire una impaginazione compatibile.

Mi sento un po’ come un chirurgo quando di una persona considera solo l’organo da trattare. Vorrei essere come un chirurgo. Come quelli che giocavano a bridge con mia madre, ubriachi alla 2 di notte per affrontare il giorno dopo la sterilizzata macelleria senza perdere il paziente.

Ma esagero, questo lavoro non è eroico, e c’è sempre il trapezietto rosso sulla sinistra che da tono alle foto sbiadite.

Faccio un giretto in giardino per ritrovare la concentrazione.

Lavoro ancora accompagnata ad libitum dalla frase “Non è sopravvissuto alla Shoah”.

Rispondo al telefono ad Elisa, una mia amica interessata a comprare la casa e con gelida cortesia ignoro il tono funebre con cui cerca di farmi calare il prezzo. Sa bene che vendo per disperazione, ma passerebbe sul mio cadavere pur di risparmiare i soldi che le servono per mettere il parquet dove adesso ci sono le mie adorate piastrelle di graniglia.

Una mia amica ha un trojan nel PC, chiacchieriamo un po’ al telefono mentre dalla Croazia o giù di lì una educata e gentile Svetlana Vattelapesca ha preso il controllo del suo desktop per cancellare nel file Host migliaia di autorizzazioni a vedere siti porno. Un po’ turbata la mia amica, mentre prova a spiegare a Svetlana che no, non li ha messi lei!

Mangio in piedi in cucina insalata di riso e ritagli di salmone mentre Benedetta Parodi vezzosamente prepara ricette improbabili.

Fa caldo e mi piace. Oscar, il mio gatto è steso in mezzo alla poca corrente d’aria, il suo nemico di cortile, Jasar, un enorme e feroce gatto rosso dei miei vicini spero riposi anche lui, a settembre, non potendo azzannare Oscar perché gli impedivo di entrare a casa mia spingendolo con la scopa, mi ha dato un morso ad una caviglia che mi ha immobilizzato per 45 giorni. La loro assicurazione me ne ha riconosciuto meno della metà, e sembra mi voglia finalmente pagare. Almeno pago il dentista delle mie nipoti e sarebbe buona cosa che mi vergogno per il ritardo.

Lavoro.

Manfred Bernhard Buchaster, figlio di Jakob Buchaster e  Paula Falek, è nato in Germania a Lipsia il 13 settembre 1938.

Arrestato a Costa di Rovigo in provincia di  Rovigo

Non è sopravvissuto alla Shoah.

Per Manfred ho dovuto elaborare un’eccezione, è sparito nel nulla, non si sa se è stato deportato ed è morto ad Auschwitz, o se è stato ucciso subito dopo l’arresto. Un bambino di 5 anni. Penso a sua madre deportata ma sopravvissuta alla morte di tutta la sua famiglia.

Il mio database non prevedeva la sparizione, ho lavorato un po’ per costruire anche per lui una scheda discorsiva che rendesse conto del suo destino.

Sto lavorando al memoriale da mesi, alternandolo con altri siti più leggeri. A volte la notte sogno la successione delle schede e dei nomi che riaffiorano. Ma la vita, quella è irrimediabilmente scomparsa.

Posso lavorare tutto il giorno perché sono finite le scuole e le bimbe sono all’oratorio. E’ stato un anno bello e difficile, Daria, la mia nipote ha frequentato la prima media qui vicino, alle 2 tornava qui a mangiare e fare i compiti. Siamo riuscite ad avere una bella pagella anche se è stato difficile per lei e per me. Prima di fare i compiti, ogni giorno, aveva i suoi 40 minuti al mio portatile, fra giochi, Messenger e Facebook. Io poi controllo amicizie ecc., così scopro le cotte a ripetizione che non ammetterebbe mai. Mi fa impazzire il linguaggio: “sono fid con tizio”, “che fai? Ntn”, e così via, Dura poi convincerla a scrivere un italiano decente nei temi.

Ha 12 anni, matura per la sua età a causa di molte intemperie familiari da affrontare fra le quali un padre inesistente e una mamma infantile, bugiarda ed irresoluta. Sua sorella più piccola la considera il suo faro ed anche questo la fa crescere e pesa. Ha un riserbo ed un pudore assoluti che mi preoccupano. Vorrei forzare, farla parlare, vederla piangere e sfogarsi. Ma non lo fa. Con lei faccio il clown, e la vizio in modo indecente.

Lavoro, ho terminato la scheda che contiene l’immagine ingrandita, chissà se la scritta inglese: “click to see the image at it’s original size” ha un senso?

La parola click non mi piace anche se è onomatopeica. Mi sembra infantile, ma ormai è d’uso.

Oscar si è piazzato sulla stampante e aspetta che gli dia il suo terzo pasto. La mia office jet stampa inchiostro e pelo. Qui intorno c’è pelo dappertutto. Se mi si rompe il PC e devo ripararlo c’è da vergognarsi, se lo aprono trovano un feltro di cenere e pelo.

Speriamo non si rompa, ed andiamo avanti.

Sono diventata obsoleta, programmo in ASP, e ormai non va di moda anche se funziona divinamente. Adesso tutti vogliono WordPress, l’ho provato ma mi piace poco, mi sembra rigido come un baccalà.

Do qualcosa ad Oscar ed aspetto che venga una signora a vedere la casa, speriamo le piaccia e si possa concludere alla svelta.

Ho trovato una casetta carina ed economica al pian terreno come piace a me e con un piccolo giardino condominiale colonizzabile. Se riesco a prenderla, costi anche 1000 euro, pago un giardiniere per trapiantarci tutte le belle piante che ho cresciuto in questi anni, le ortensie e le rose, il mirto e il Philadelfo, la citronella e il glicine che non ha mai fatto i fiori. L’olmo, il fico, l’acero, l’alloro, il gelso, l’altro glicine (quello che fiorisce), il cipresso e l’edera li dovrò abbandonare e forse anche la magnolia stellata, ormai è un albero.

Le saluto ogni sera d’estate le mie piante mentre le innaffio contando fino a 90 per le ortensie più assetate, per le altre fino a 60.

Diventerà un giardino di nespoli, nel palazzo c’è una signora molto tappa, mia coetanea credo, ed altrettanto formosa, cha al mattino esce in pigiama rosa a fiorellini e fa fare i bisogni sul prato al suo cagnetto fifone. Ha la mania di piantare nespoli, finora ero riuscita a contenerla, dopo il trasloco avrà via libera. Chissà se ai radical chic piacciono i nespoli. Ha un marito tappo quanto lei che l’estate espone due secche gambette bianche e blu per le vene varicose in calzoncini, camicia texana e cappello Pecos Bill. Oscar lo ama molto e lo struscia appassionatamente.

Un nespolo ce l’ho anch’io, ma solo per pietà, è cresciuto da solo in un vaso e l’ho lasciato vivere. Lo abbandonerò qui.

La signora ha visto la casa, faccia gentile ed impenetrabile. Boh.

Esco a comprare le sigarette, incrocio una simpatica vicina per niente snob, ci facciamo due chiacchiere, lei sta cercando di adottare un bambino, io, ex madre affidataria, la vorrei mettere in guardia, i bambini che ti arrivano con uno zainetto di dolori pregressi difficilmente si riprendono. Ma invece le offro tutta la mia simpatia e speriamo bene. Mi dice che forse ha un’amica interessata alla mia casa. Chissà.

Torna mio marito con la solita aria affranta e trasandata.

Si cena con quiche di piselli dell’orto del suo collega di lavoro e caponata fatta ieri mentre ero al telefono con mia sorella e commentavamo le terribili gaffe della ministra Fornero.

Meno male che c’è Un posto al sole! Ma il bacio fra Ferdinando e Silvia apre una storia troppo contorta. Ah la piscina di Marina …

Adesso per oggi chiudo, mio marito russa sul divano, ancora un’occhiata a Facebook, un paio di “mi piace” e poi a letto. Preparo il comodino per la notte, il bicchiere d’acqua coperto da una scodellina di plastica per impedire a Zoe di bere durante la notte, il Maalox a portata di mano, un fazzoletto di carta, il blackberry al sicuro nel cassetto. Togliermi vestiti, orologio, orecchini e anche la fede mi da sollievo e senso di libertà. Poche pagine del libro sulla guerra del Libano e poi finalmente il buio e la mia torre, ma di questo ne racconto un’altra volta.

……….

Mi sto vestendo mentre mi telefona un’amica, mi vergogno a dirle che sono in mutande alle 10, concordiamo il messaggio da scrivere alla neghittosa Elisa che, nel frattempo fa un lungo week end presso il suo fidanzato ai laghi senza internet.

C’è afa. In giardino Oscar si sta addormentando mentre punta un uccellino.

Mi arrabatto con il telefonino a scrivere il lungo messaggio. Telefona un cliente simpatico e ricomincio d’accapo.

Cara Elisa, sei venuta qui più volte a dirmi che la mia richiesta è più di quanto puoi spendere, che tuo figlio dice che non è un buon affare, che io ci faccio un bel guadagno, … che prima devi sapere se puoi comprare la cantina. Io ne ho tratto la convinzione che o vuoi scendere col prezzo o ancora non hai deciso di comprare la mia casa.

Ma io ho bisogno di sapere in modo definitivo se vuoi o non vuoi comprare questa casa al prezzo di 385.000 euro.

Se lo vuoi e me lo confermi io poi posso collaborare anche a farti avere la cantina, sempre che sia possibile e che non mi esponga ad anticipare soldi che non ho.

Ma fino a che non mi confermi per scritto le tue intenzioni io mi ritengo libera di cercare un acquirente alle condizioni che mi servono.

Non penso sia colpa tua se me ne vado, ma la battuta sul guadagno te la potevi risparmiare.

Gloria

Il tutto si divide da solo in 4 o 5 messaggi perché ogni tanto pigio per sbaglio il tasto enter, dita troppo grosse per i tasti del BlackBerry.

Telefono all’avvocato cui devo dei soldi per ritardato pagamento delle spese di riscaldamento, mi tremano le mani, queste cose mi mettono agitazione e depressione. Fisso l’appuntamento per il pomeriggio.

Mi metto a lavorare.

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<tr>

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‘—-cerca parentele 1 2

set dep=conn.execute(“SELECT parentele.modalita, parentele.parente1, parentele.parente2, cdec1.COGNOME, cdec1.NOME, cdec1.dep_no_dep “&_

“FROM parentele INNER JOIN cdec1 ON parentele.parente1 = cdec1.id “&_

“WHERE parentele.parente2=”&request(“id”)&” “)

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select case dep(“modalita”)

case “padre”

padre=dep(“modalita”)

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if dep(“dep_no_dep”)=”d” then

padre_dep=1

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padre_dep=0

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case “madre”

if dep(“dep_no_dep”)=”d” then

madre_dep=1

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madre_dep=0

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case “coniuge”

if dep(“dep_no_dep”)=”d” then

coniuge_dep=1

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coniuge_dep=0

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coniuge=dep(“modalita”)

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set imag=conn.execute(stringa_img)

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<%if sesso=”F” then%><img source=”Png/Immagine_donna.png” src=”Png/Immagine_donna.png” width=”120″ height=”120″ alt=”Immagine non disponibile” >

<%else%><img source=”Png/Immagine_donna.png” src=”Png/Immagine_uomo.png” width=”120″ height=”120″ alt=”Immagine non disponibile” ><%end if%>

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<p align=”left”><font size=”1″>Se hai una foto di <%=stringa_nome%> e vuoi mandarla al Memoriale,  </font>

<a style=”font-size: 8pt” href=”home2_2.asp?idtesto=1341″>clicca qui</a></div>

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<a style=”color:#FFFFFF” href=”#” onclick=”window.open(‘1scheda_big.asp?id=<%=request(“id”)%>&nome=<%=request(“nome”)%>&cognome=<%=request(“cognome”)%>’,’nuovaFinestra’, ‘width=990,height=700,left=0,top=0,scrollbars=yes,resizable=yes’)”>

<img border=”0″ src=”public/<%=imag(“foto”)%>” width=”140″ alt=”Foto di <%=nome%>; fai click per vederla nel formato originale ” style=”border: 1px solid #808080; padding-left: 4px; padding-right: 4px; padding-top: 1px; padding-bottom: 1px”></a></p>

<p align=”center”>

Clicca sulla foto per vederla nelle dimensioni

originarie<p align=”center”>

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<p align=”center”><b>

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<font size=”3″>cancella</font></a></b></div>

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</tr>

 

</table>

Questa sequela di if non riesce a rendere conto di:

Neonato Calò, figlio di Eugenio Calò e  Carolina Lombroso, è nato nel maggio 1944.

Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz.

Non è sopravvissuto alla Shoah.

  • Nato sul treno per Auschwitz fra il 16 e il 23 maggio 1944

 

Non ha mai avuto un nome. Più che la morte mi inchioda la paura ed il dolore di sua madre durante il viaggio nei vagoni blindati e poi di suo padre mai deportato, mi domando come hanno potuto convivere con tutto questo.

 

Con la mia amica strisciamo sotto l’afa fino al Consorzio Agrario, sta per chiudere ma riesco a comprare due formaggi a Km zero.

Al nostro bar il padrone  ci porta due chinotti, il panino con salmone ma niente burro e maionese per lei e quello col pesce ma senza tonno per me senza chiederci niente. Piacevole sentirti accudita e riconosciuta. Sono gnoppi, il pane è gommoso, tolgo un po’ di mollica profumandomi le mani di salmone, il pesce è buono.

Andiamo al bar di fronte per prendere il caffè zero. C’è tutta la fauna abituale, il ragazzo con i pitbull che spaccia, la signora con l’Alzheimer, e i due o tre bulletti che fanno la siesta fra il relax del mattino e quello del pomeriggio.

Ci sediamo dentro per evitarli, ma all’improvviso si sente un rumore fortissimo. L’uomo della manutenzione delle macchinette mangia soldi le sta svuotando mentre i giocatori abituali guardano con ingordigia l’enorme quantità di euro che rotolano, i mariti delle gentilissime cinesi che fanno sartoria a buon mercato 14 ore al giorno senza pause, la portinaia indolente e tabagista del civico 30, il tizio con lo sguardo vuoto che trovo attaccato alle macchinette a tutte le ore. Tutti i drogati del gioco che ascoltano: tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak tak, per loro è musica ma io e la mia amica non riusciamo più a parlare.

Due commenti a proposito della legge di Murphy e usciamo fuori, meglio i pitbull, tanto sono al guinzaglio.

A casa prendo il libretto degli assegni, fumo mezza sigaretta aspettando il tram, vado dall’avvocato, una signora che per caso una volta ho chiamato “signora” invece che avvocato e se n’è offesa accusandomi che con un uomo non l’avrei fatto e io a scusarmi e dirle che non era vero, che figuraccia per un’ex femminista. Le do l’assegno e concordo il saldo alla vendita della casa, anche questa è sistemata. Manca solo Equitalia. Stasera faccio i conti e domani faccio la coda per rateizzare tasse arretrate. La cartella più grossa sono arci sicura di averla pagata, ma adesso rateizzo, poi vedrò di carotare il mucchio di carte giù giù nel profondo fino al 1996 e vedere se trovo gli F24 dei pagamenti.

La mia compratrice mi manda una risposta ambigua, della serie: voglio la tua casa ma …

La mia amica mi consiglia di abbassare il prezzo, ma io, consapevole di quanto ho letto sulla guerra del Libano, so che se ti ritiri il nemico ti crede debole e diventa più aggressivo. Insisto a chiedere la conferma a  comprare a 385 mila.

Lavoro un po’ (troppo poco), poi esco a comprare il cartello vendesi, il bollo e il pennarello.

Torna mio marito, insieme cerchiamo di far funzionare un cellulare con una vecchia scheda per mettere il numero sul cartello. Dopo mezzora di tentativi fra codice PIN e codice PUK ci riusciamo. Mi detta il numero sbagliato, cancello e riscrivo.

Innaffio, arriva mia figlia scappa e fuggi, era un po’ che non la vedevo questa bella figliolona florida e brava. Ci salutiamo e poi lei va a casa sua dal marito e da Asso, il suo meraviglioso pastore alsaziano che convive pacificamente con i due fratelli di Oscar. Ceniamo con delle fettine che avevo dimenticato di avere e insalata dell’orto del collega di mio marito. Mi piacerebbe avere un orto, seminare, veder crescere le piantine e mangiare buona verdura. Qui ho solo un po’ di pomodori e tutte le piante aromatiche. Una volta ho piantato quelli che credevo essere degli zucchini, si sono poi rivelati angurie, ne sono venute tre durante l’agosto che io ero in Maremma. La tappa e Pecos Bill se le sono mangiate e mi hanno detto, sapesse com’erano buone! Si mangia anche tutti i miei fichi per non parlare delle more di gelso che raccoglie scuotendo forte i rami per farle cadere.

Lei con altri quattro rappresentano gli ultimi sopravvissuti inquilini Aler. Sono: Ada, la pazza madre coraggio di cinque figli variamente disastrati che abita sopra di me e il cui bagno perde da 30 anni allagandomi periodicamente la camera da letto, il ragazzo dei pitbull, sua sorella pin up, i suoi genitori e la zia malata, Aler non se ne libera perché, essendo quasi tutti morosi, non possono accedere al cambio casa, ma a causa di qualche problema di salute o altro non possono essere sfrattati. Un po’ spersi e diffidenti nei confronti dell’orda borghese, moderatamente ostili e risolutamente poco inclini alla raccolta differenziata. Tutti con uno o più cani lasciati pascolare liberamente in giardino che si giova della concimazione azotata, ma che è un vero campo minato. Uscirne con le scarpe pulite quando innaffio necessita una mappatura accurata. Io ci sono affezionata agli inquilini Aler, ho visto crescere tutti i ragazzi, ho visto morire di AIDS i loro zii, li ho aiutati come potevo per la scuola, qualcuno ce l’ha fatta a studiare i più no.

E’ storica una battuta di Ada, stava buttando giù dal balcone la spazzatura, passavo e me la sono presa in testa: “non preoccuparti Gloria! E’ tutta spazzatura pulita!

Adesso vado a letto, ma prima pago una cosa in banca.

Leggo un po’, spengo la luce e provo ad addormentarmi, Mio marito russa, e sotto la finestra c’è un gruppo di ragazzi che sbraita, per rilassarmi vado sulla torre.

La torre è un gioco che ho inventato per dormire anni fa e funziona abbastanza bene.

Così:

Mi accomiatato da tutti, attraverso la strada e sparisco alla loro vista. Metto la mano sul riconoscitore di impronte, la porta si apre ed entro nella mia torre che sta da qualche parte in India poco lontano da un’altra dove gli avvoltoi si cibano dei cadaveri portati li dalle persone di religione Parsi.

Entro e, se ho voglia mi fermo a fare qualche chiacchiera al bar cha affaccia sulla grande piazza comune.

Tutti mi salutano con un sorriso mentre passo. Altrimenti salgo con l’ascensore trasparente fermandomi un attimo a spiare i nidi dei merli sul cedro del libano che affianca la torre. Salgo ancora fino al penultimo piano dove ci sono cucine, servizi e guardaroba. Vado dalle mie donne, le mie vestali. Mi chiedono di cosa ho bisogno, prendono ordini per la cena, rigorosamente vegetariana come è per tutti nella torre (no pesce ma si a uova, latte e burro). Mi porgono vestiti puliti freschi, colorati e leggeri. Mi sorridono con amore. Io sono la dea della torre, l’oggetto di venerazione per tutti gli abitanti, non ho obblighi nei loro confronti, sono felici di amarmi perché amata dagli avvoltoi a cui parlo aiutandoli a fare bene il loro lavoro. Sono Petulia, la dea della morte e della transizione. Tutti coloro che abitano qui con me mi venerano di default.

Salgo su, mi faccio una doccia per spogliarmi bene delle pesantezze di Gloria. Mi metto camicia e calzoni di lino leggero, mi portano su la cena a base di carciofi, funghi e lamponi.

Leggo un po’, poi se non ho ospiti vado a dormire qui nella camera oppure, d’estate nel grande letto protetto dalla zanzariera  sul terrazzo dove al mattino arrivano gli avvoltoi a farmi omaggio.

Qualche volta ho ospiti, invito qui scrittori ed artisti che sono di passaggio, ho avuto qualche storia con qualcuno di loro, ad esempio con Paul Auster e con un fotografo che era stato invitato dagli abitanti ad allestire una sua mostra. Ogni tanto scelgo qualche temporaneo compagno di sesso fra i miei coabitanti. Lui è molto onorato ed anche sua moglie è orgogliosa e felice di poter contribuire al mio benessere. Gli abitanti della torre organizzano di tutto, feste, mostre, cinema, teatro, musica di ogni tipo, rassegne gastronomiche, hanno una ricca biblioteca, nel giardino intorno alla torre ci sono i loro orti e quello grande istituito a fini didattici per le scuole. Si, perché ci sono anche le scuole, fino alle superiori, una clinica d’emergenza, tutti i servizi gratuiti per una buona vita. Se qualcuno viola le regole condivise viene condannato al lavoro sociale, se non lo fa, viene espulso. E’ una specie di kibbuz dei tempi migliori ma con risorse lussuose.

Mi fondo con Gloria e ci addormentiamo entrambe.

Buona notte

 

Ho fatto tardi a trascrivere i numeri delle cartelle nella richiesta di rateazione, ad Equitalia ci andrò domani cercando di svegliarmi presto.

Correggo qualche errore dal sito di commercio elettronico che ho fatto nell’ultimo mese, una questione di arrotondamento dei decimali che i miei clienti hanno portato in lungo cambiando idea e conseguentemente facendomi modificare almeno sette volte le cinque pagine collegate, avevo dimenticato di fare l’ultima modifica alla pagina che manda il messaggio al venditore in automatico.

Recupero la lista dei soci della associazione in difesa della costituzione a cui partecipo, serve per l’assemblea di stasera. Ho pagato la quota facendogli il sito gratis. Stasera c’è l’assemblea dei soci.

Sono tutte belle, oneste ed intelligenti persone, mi piacciono molto, ma con la maggior parte di loro mi sento diversa e ignorante. Sono un po’ troppo cattolici per i miei gusti ma tant’è. Io non sono cattolica, anzi non sono niente, mio padre era ebreo, mia madre agnostica convertita all’ebraismo per farsi seppellire accanto a lui.

Provo sempre un po’ di disagio con gli uni e con gli altri, non riesco ad uniformarmi. Faccio delle orribili gaffe, come quando ho fatto mangiare a mia madre un dolce con il latte nel piatto della carne della casa di riposo ebraica. Oppure quando in chiesa, a un funerale o a un matrimonio, ho in faccia l’orrore per le parole “mangiate questa è la mia carne” che non riesco a non prendere alla lettera.

Quello delle appartenenze identitarie è un mio tallone di Achille. Mi sembra di camminare su un filo e di non poter scendere perché da una parte o dall’altra sarei comunque diversa.

Non sono ebrea quando sto fra gli ebrei, non sono cattolica fra i cattolici, non sono milanese fra i milanesi, non sono fiorentina fra i fiorentini. Mi ha colpito una frase di un libro di Piperno, quando al cimitero ebraico, di fronte alle tombe di famiglia, gli dicono: “tu no, non sarai sepolto qui, non sei ebreo”. Mi ha fatto decidere che quando morirò voglio essere cremata con ceneri sparse nel mare, così non sarò anche dopo morta.

Prima dell’assemblea vado a sentire mia sorella che è qui a Milano per parlare ad un convegno sul lavoro.

Mi commuove con la sua parlata un po’ impacciata che però riesce a far trasparire la sua bella intelligenza, il modo ironico di relazionarsi con il pubblico è di famiglia. Nella sostanza dice una cosa che mi sembra rilevante: il lavoro femminile è determinato prima che da regole economiche, da costruzioni sociali, il genere per le donne è come l’etnia per gli immigrati, una specificità che ne definisce la collocazione e le condizioni economiche.

Osservo il pubblico e noto una cosa nuova, fra i venti trenta uomini presenti quelli con ancora un po’ di capelli non sono più di cinque, e fra le venti trenta donne sono sei! Che stia affermandosi una mutazione genetica?

Osservare i dettagli mi serve per non annoiarmi, lo faccio sempre sul mezzi pubblici, studio le scarpe, cerco di indovinare le vite delle persone guardando le loro estremità. Mi sembra che siano piene di significato (deviazione alla Bianca di Moretti?). A volte resto angosciata dai piedi gonfi di certe donne che trasbordano dalle scarpe. Immagino vite faticose che si stanno concludendo nel dolore e nella malattia. Anche i miei piedi stanno peggiorando con l’età, adesso in estate hanno un’aria a polpetta che mi piace poco.

Aspetto che mia sorella finisca di parlare e torno a casa. Ceno velocemente con gli avanzi della quiche e peperoncini poco fritti.

Mio marito generosamente mi da un passaggio fino all’assemblea, sarà l’ultima volta che vediamo la Panda. Mi ristoro nell’aria ottimamente condizionata e ascolto gli interventi. Ho la sensazione che quanto stiamo facendo, sostenere con idee e proposte la giunta Pisapia sia troppo poco rispetto alla situazione politica. Conclude una signora che conosco bene, consulente e esperta in formazione. Ci dice delle belle cose su come la comunicazione in sé non sia un buon valore, la contrappone al concetto di relazione che sarebbe da costruire per il miglioramento. Sono solo in parte d’accordo. Credo che l’accesso alle informazioni sia condizione necessaria per costruire partecipazione. Credo che ci sia buona e cattiva comunicazione. La buona offre le informazioni in modo accessibile e senza usare le emozioni. La cattiva inganna.

Aggiunge qualcosa  circa i servizi alla persona che giustamente definisce servizi spazzatura per la spazzatura sociale. E’ dolorosamente vero che più vai in basso più i servizi perdono qualità. L’ho vissuto di persona durante gli anni in cui avevo in affidamento il padre di Daria.

In più mi pare che lavorare alle relazioni fra persone debba comunque essere fatto con grande consapevolezza dei vincoli istituzionali in cui queste operano. Anni fa ho tenuto dei corsi sulla “comunicazione verso l’utente” in sanità in un grande ospedale di periferia. Mi è sembrato di aver fatto un buon lavoro. Gli operatori hanno riflettuto sulle loro relazioni professionali, sul loro ruolo, sui rapporti con i pazienti, dai giochi di ruolo sono affiorati pregiudizi ed accomodamenti come quello che tanto più il paziente non è in coma ed è in grado di fare domande tanto più è fastidioso ai loro occhi. Ci hanno riflettuto ed hanno provato a mettere in atto strategie di miglioramento. Poi, come succede, i più sono stati trasferiti, quelli che sono rimasti hanno perso, insieme a qualche diritto/privilegio acquisito nell’era craxiana, anche la motivazione a lavorare bene, visto che poi nessuno glielo chiede,  e tutto è tornato come prima.

 

Anche qui all’assemblea la proporzione uomini donne, calvizie è sorprendente.

Aspetto il tram e passa una gioiosa manifestazione spontanea di ciclisti, saranno quattrocento, di tutte le età, alcuni con le bici decorate di luci, altri con vestiti buffi. Le macchine si spazientiscono e non si godono la festa.

A casa sto un po’ al computer cercando informazioni su come tracciare le durate degli accessi in una sessione di Moodle, un content manager usato dalle università per la formazione a distanza, me lo ha chiesto un amico, poi all’una me ne vado a letto. Entro un attimo nella torre e mi addormento prima di fare alcunché.

Mi sveglio presto, vado al mercato, compro molta frutta che poi dividerò con le bambine, aspetto un tram che non arriva per andare ad Equitalia. Scopro che c’è sciopero. Mi telefona mio marito: stanotte ci hanno rubato la panda, la nostra unica vecchia auto. Non ci voleva.

Metto a posto la verdura e la frutta, cambio i letti delle bambine, inserisco la mia casa nei siti gratuiti, vengo ingannata da un sito che dice “annunci gratuiti, ma poi chiede di pagare 27 euro. Dopo mezzora cominciano a telefonarmi tutte le agenzie di zona.

 

Ho fissato l’appuntamento per fare la proposta per la nuova casa, ci siamo fatti prestare i soldi da amici. Speriamo che tutta la manovra riesca!

Mi chiama Antonia, le hanno consegnato una foto di un cugino di Manfred, condivido la sua contentezza. Restituire nome, volto e storia agli scomparsi della Shoah è una cosa in cui credo.

Su questo ho letto un libro bellissimo di cui copio la presentazione su IBS

Gli scomparsi” è la storia di un viaggio, cinque anni intorno al mondo, per cercare di rispondere a una domanda che Daniel Mendelsohn aveva posto molti anni prima, quando era ancora bambino: cosa è davvero accaduto allo zio Shmiel e alla sua famiglia durante l’Olocausto? Le favolose storie del nonno raccontavano di un’infanzia passata nella città di Bolechow, Ucraina, all’inizio del secolo, ma si interrompevano intorno al destino del fratello, di sua moglie e delle quattro figlie. I membri della famiglia evitavano di parlare del misterioso Shmiel, tranne qualche sussurro o imbarazzata conversazione in yiddish, ed è da questi frammenti che Daniel inizia fin da bambino a interrogarsi sui misteri della vicenda. Molti anni dopo Mendelsohn scopre una serie di lettere disperate che Shmiel indirizza al nonno nel 1939 e è colpito dai frammentari racconti di un terribile tradimento. Decide allora di trovare i testimoni del destino dei suoi parenti, gli unici dodici ebrei di Bolechow ancora in vita, in una ricerca che lo condurrà assieme al fratello Matt (un fotografo professionista le cui immagini illustrano il libro) a attraversare quattro continenti e a confrontarsi con le abissali discrepanze tra la verità e la finzione, tra il ricordo e i fatti, tra il racconto e la realtà. Il viaggio giungerà infine in Ucraina, nel paese dove ebbe inizio la storia della sua famiglia e dove lo attende la soluzione di un enigma che non aveva trovato risposta.

Il libro è pieno di tensione e di amore ed è anche un testo magistrale che insegna come fare una ricerca.

Andiamo a fare la spesa, prendiamo due carrelli uno per noi ed uno per le bimbe che non hanno reddito né da parte di padre né da parte di madre.

Compriamo anche le scatolette per i loro gatti. Una volta ce ne siamo dimenticati e miagolavano come gatti del Biafra.

Sistemo la spesa, stendo una lavatrice, metto le patatine in forno. Mio marito va a prenderle, ed eccole qua! Molto carine abbronzate e stanche dopo una giornata di piscina al Lido con l’oratorio. La piccola è bizzosa come sempre, la grande si appiccica al computer. Ceniamo con pollo arrosto della friggitoria, patatine e anguria. Le accompagno sul soppalco a dormire, ma fa caldo e la piccola non vuole dormire. Facciamo i compiti in cucina per qualche minuto poi finalmente la mando a letto. Sollievo, do un’occhiata a Facebook, trovo una vignetta carina da condividere.

 

 

Guardo la posta e non apro il messaggio della mia commercialista che aspetta ancora i documenti per la denuncia dei redditi. Ci penserò domenica.

Dopo varie bizze, tentativi disperati di farle lavare, raccolta di fogli e penne da terra, minacce di morte se continuano a macchiare i mobili con i colori da vetro, usciamo, andiamo alla Vodafone per trovare un telefonino a prezzi agevolati per Daria che ha affogato il suo nel lavandino (spero non volontariamente per averne uno nuovo). Sembra facile, tre euro al mese più una ricarica da quindici euro, chiedo e richiedo ancora cosa succede quando i quindici euro sono finiti, risposte vaghe e palese compassione per la mia inettitudine da parte del commesso. Infine rinuncio a capire, firmo il contratto e pago la ricarica. Daria è felice e prova a mandare messaggi alle sue amiche. Niente da fare, la ricarico ancora di dieci euro e finalmente funziona, non voglio sapere cosa ho pagato perché la bambina è felice.

Ceniamo con troffie al pesto e fettine. Pollice verso per entrambe, Daria è sul filo dell’anoressia, mangia pochissimo per paura di ingrassare, per fortuna dopo cena ha fame ed ingurgita kinder bueno in quantità sufficienti per ingrassare un etto.

Le riaccompagniamo a casa facendoci prestare la macchina da un vicino. Durante il viaggio al solito mi chiedono di raccontare storie. Il rito è che debbono chiedere loro l’argomento e che deve essere difficile, ho raccontato storie di chiodi, di buchi in un manifesto pubblicitario, di tappi. Stasera devo raccontare la storia di una gomma per auto, mi viene in mente la canzone di Jannacci e ci giro attorno fino alla Barona.

La notte è piacevole nonostante il caldo molto forte ai miei piedi dove Oscar è sdraiato in tutta lunghezza. In genere è un gatto corto, ma col caldo riesce ad allungarsi con la sua colonna vertebrale da serpente raggiungendo quasi il metro.

Amo la notte e il buio, è un non tempo fra passato e futuro.

Passeggio in giardino e incontro DJ il cagnetto spelacchiato dei tappi texani. Mi guarda in obliquo e si ritira in casa. E’ in perenne conflitto con Oscar che entra nella sua come in tutte le case al piano terreno, lo trovano a dormire sul letto, a volte rimane rinchiuso e bisogna trovare il modo di liberarlo.

Passano le bambine che hanno dimenticato qui un costume, la piccola non si è pettinata nemmeno oggi, sembra un incrocio fra Pierino porcospino e Pig Pen. E’ sempre più cattiva e neghittosa, non so come andrà a finire. Fa piccoli dispetti di nascosto, rompe le cose di sua sorella. In parte è il comportamento normale di una sorella minore, ma c’è qualcosa di più, un odio verso tutti. Verso di me ha un atteggiamento duplice, prima espone le difese, mi insulta, entra in una polemica senza fine su tutto, poi mi si scioglie e diventa morbida ed affettuosa. Ha del fascino nella sua cattiveria, vorrei aiutarla ma ogni volta che provo ad entrare mi respinge con durezza e pianta uno dei suoi capricci fatti di urli, infine si tappa gli orecchi e dice bla bla bla bla.

Svuoto la cartella di Daria, escono merendine stagionate, frammenti di righe e squadre, una maglietta, vari ferma coda, un rotolo di cerotti, spago e fogli spiegazzati con su scritto puzzi puzzi puzzi puzzi puzzi, è una sua compagna che glielo scrive dappertutto, chissà se è un complimento.

Appendo lo zaino per evitare che al solito la gatta ci faccia pipì, Zoe regolarmente marca le cose delle bimbe, ne è gelosa e quando ci sono loro sparisce, esce solo la notte per compiere la sua vendetta.

Mangiamo i resti delle troffie col pesto di ieri, mi ero impegnata per farle bene, con i fagiolini e le patate, ma alle bimbe non sono piaciute. Preferiscono le cose standard o confezionate della cucina della loro mamma.

Mi trascino fino alla gelateria per trovarmi con un paio di amiche. Stiamo giocando a proposito di David Gandy, il figo spaziale della pubblicità di Dolce e Gabbana. Con il suo costumino bianco con lo spaghino che mi sogno di tirare per contemplarne solo un attimo il pacco… Ieri era a Milano ed incontrava le sue fans alla Rinascente. Mi sarebbe piaciuto andarci, solo per vedere le fans, ma ero con le bimbe a cui non voglio dare cattivi esempi, chissà cosa penserebbero della loro vecchia nonna se sapessero che sbava per David Gandy.

Mio marito va a farsi prestare la macchina da sua sorella Anna. Il nome Anna mi piace molto è il mio preferito assieme ad Ada ed Ebe, i palindromi mi sembrano i nomi della perfezione. Quando faccio un sito web cerco sempre la simmetria. Simmetrico è bello, secondo me. Ma anche asimmetrico mi piace, ma solo quando si capisce che è voluto. Una volta ho fatto un sito in cui la barra di navigazione suggeriva un insettone. Un lungo corpo blu con due ali gialle. Ovviamente il cliente è rimasto disgustato, un’ala è diventata grigia e l’insettone è sparito.

Più o meno era così e mi piaceva tanto. Peccato.

Dopocena mi chiama Daria, a furia di giocare col telefonino ha messo il PIN sbagliato tre volte e adesso mi chiede se ho il PUK. Il PUK non lo trovo, ma mi chiama la mamma per dirmi che hanno risolto chiamando la Vodafone. Telefonino e dodicenni è un bel match. Penso alla Dada che ero io alla sua età stregata dalla TV di Lascia o Raddoppia.

E’ lunedì e finalmente vado a Equitalia ed anche questa è fatta! Trovo impiegati gentilissimi ed una coda di persone di ogni ceto sociale e nazionalità. Via via che vanno allo sportello tutti trasecolano per cartelle che non sospettavano di dover pagare. Più sono eleganti e più onerose le cartelle e questo mi sembra giusto. Torno, mangio una spianatina sarda condita per farla sembrare una pizza e scaldata al microonde non eccezionale, poi mi tuffo in un problema che mi ha posto un mio cliente, gli RSS Feed, becco il sito di Google che ti permette di validarli e passo ore a chiudere i tag nel codice dell’home page del mio cliente per renderlo compatibile con l’XML, l’avessi fatto prima ora non penerei. Dovrei fare altro, tipo preparare le carte per il commercialista, ma dopo Equitalia non ho lo stomaco, meglio l’assurda ripetitività del: correggi, controlla, trova la riga incriminata, correggi, controlla, trova la riga incriminata, …

Negli ultimi tempi l’xml è la mia bestia nera, lo trovo ovunque e lo devo produrre per varie necessità. Il caso più impegnativo è stato per un sito cattedrale nel deserto sulla compatibilità ambientale, una delle tante che ho prodotto negli anni, siti per enti che devono rappresentarsi molto bene per ottenere finanziamenti e dimostrare un lavoro che magari è carente. Si costruisce un sito megagalattico e strafigo che permette interazione, cooperazione, ecc. e poi … nessuno nella realtà coopera ed il sito resta vuoto e lindo come un neonato. Una volta, su richiesta del dirigente dei servizi sociali, ho messo in piedi una rete dedicata alla cooperazione in una ASSL. Ebbene gli operatori hanno partecipato … insultandosi ferocemente e la rete piuttosto che migliorare il clima lo ha peggiorato, dopo la rete non si salutavano più.

Viene una coppia a vedere la casa, sono belli e simpatici, lui fa il musicista e lei la ballerina classica. La casa gli piace molto ma vorrebbero comprare solo il mio studio. E io poi dove mi rifugio?

Ceno con le fettine di domenica ripassate con capperi e pomodori con contorno di caponata, Quando la faccio me ne viene tantissima e bisogna mangiarla. Cerco di non vedere lo sguardo da “ancora caponata!” di mio marito. Guardo, come ogni sera, un posto al sole.

Dormo male anche se mi impongo una calma Zen, l’idea di dare un assegno di 5000 euro (prestati da amici a Enrico) per la nuova casa senza ancora sapere come e quando vendo la mia mi spaventa.

Mi sveglio, una doccia e poi verso il quartiere Stadera, il giovane agente immobiliare concorda con me la proposta di acquisto, mi sembra molto bravo, troviamo una formula che mi da tempo, data del compromesso non definita e rogito fra sei mesi.

E’ incominciata pure la stagione degli scarafaggi e delle zanzare. Appena spengo la luce qui in studio gli scarafaggi entrano da sotto la porta, se li sorprendo urlo e sveglio mio marito perché li uccida. E’ uno degli aspetti del matrimonio che trovo più positivi avere un compagno che sopporta di essere svegliato per eliminare gli scarafaggi.

Mi sveglio con fatica, faccio ciò che serve per tenere in piedi me e la casa, poi lavoro al memoriale, ci sono da creare regole per varie eccezioni tipo

Abner Hasson è nato in Egeo a Rodi il 4 febbraio 1898. Coniugato con Ester Ass. Arrestato a Frontiera Italo-svizzera in provincia di Novara. Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz.

Non è sopravvissuto alla Shoah.

 

Bisogna che per tutti quelli che sono stati arrestati alla frontiera invece che “a” compaia “alla”.

Ovvero <%if risultati(“luogo_ARR”)=”Frontiera Italo-svizzera” then%> alla<%else%> a<%end if%> Speriamo di non scoprirne ancora tante di eccezioni che ogni volta bisogna creare una nuova regola ed il codice si arruffa sempre più.

Sempre più mi trovo affetta dalla sindrome del chirurgo, e vado avanti, ne ho ancora fino a gennaio 2013 quando deve essere finito il memoriale includendo anche tutti gli ebrei di Rodi.

Proseguo e faccio si che

Nathan Czackes, figlio di Giuseppe Czackes e AdeleRothstein è nato in Stati Uniti d’America a New York il 29 luglio 1893. Coniugato con  Fortunata Argia Brill.

Non è sopravvissuto alla Shoah.

Venga scritto come nato negli Stati Uniti d’America.

Innaffio, recupero Oscar che sta assistendo la mia vicina sdraiata sul letto dolorante a causa di una brutta caduta.

Ceniamo con caponata (ancora) e riso freddo. Mi sento svuotata, ma telefono ad Elisa che da venerdì non da segni di vita.  Farfuglia che le hanno abbassato l’offerta per la sua casa, la aggiorno sul fatto che ho firmato la proposta di acquisto e che entro una settimana o vedo una prospettiva di vendere oppure la do all’agenzia presso cui sto comprando. Mi farfuglia qualcosa circa una sua offerta di 340, 350, 360 mila euro ed io lascio perdere, tanto mi sembra che non abbia alcuna intenzione di comprare.

Leggo un po’ del nuovo libro di Piperno che ho comprato, non so se mi piace ma è scritto assai bene e mi prende. Dormo subito, nonostante il lavaggio strade il cui rumore a distanza di anni ancora spaventa i gatti.

Doccia e poi una puntatina al Consorzio agrario a comprare formaggio e frutta a KM 0. In realtà la frutta è della Basilicata a KM 804.89 in linea d’aria! Ma le pesche sembrano buone.

Lavoro ai Feeds, dopo qualche prova e tentativo finalmente funziona, con pazienza faccio la sostituzione automatica delle lettere accentate con le entità ed infine l’enfant prodige consigliere di zona sul suo sito può sfoggiare la mitica . Dovrò farmi pagare, in fondo ci ho messo una giornata.

Innaffio mentre è in atto un trasloco in giardino, operai molto anziani e sudati con muscoli costruiti in più di quarant’anni di facchinaggio portano pesanti cassette e mobili antichi fino alla scala elevatrice. Operai altrettanto anziani e sudati li tolgono dalla piattaforma al secondo piano. Oscar è seduto davanti al furgone e sembra che conti le scatole. Ristoro con l’acqua uno degli operai, dimostra settanta anni, la faccia devastata. Mi racconta come quaranta anni fa lavorava alla Motta a consegnare panettoni e colombe.

La nuova inquilina finalmente entra dopo lavori durati mesi. E’ quella che ha fatto la scena isterica dicendo che il palazzo è cadente e che ci denunciava tutti se non facevamo i lavori. A causa sua mi trovo impelagata in 21000 euro da pagare in tre anni per la ristrutturazione e quindi devo vendere.

Ceniamo con una specie di torta salata con cipolle e il prosciutto che rischiava di andare a male se non lo facevo fuori.

Dormo bene, alle sei mi sveglio un attimo e trovo che mio marito si è già alzato. Mi stendo in diagonale nel letto come mi piace, le braccia e le gambe finalmente distese e penso che sono felice.

Vorrei tanto avere una camera tutta mia, non l’ho mai avuta, da bambina e da ragazza la dividevo con mia sorella, poi con il mio primo marito poi … ancora con mia sorella quando l’ho lasciato, poi, a Milano con un fidanzato che è durato sei anni, poi finalmente sola, ma per poco che è arrivato il nuovo marito e sono 35 anni che ci dormo insieme.

Lusso per me è camere separate.

Ho letto su Repubblica l’intervista di Clara Sereni a proposito del suo nuovo libro. Storie chiuse, lei, di qualche anno più giovane di me, si è ritirata in una casa di riposo. Me lo sogno anch’io anche se mi fa paura dover ammettere la vecchiaia.

Rassetto, lavoro, rispondo ad una pluralità di agenti immobiliari che mi propongono di vendere la mia casa. Comincio a scocciarmi sono aggressivi con il loro look yuppy cafone, la camicia bianca sudata. Da domani li mando tutti al diavolo.

Lavoro al memoriale anche quando arriva Ramon, il filippino paranoico che una volta alla settimana mi pulisce casa, Per pulire pulisce, ma per dimostrare di averlo fatto sposta cose impensabili, ce l’ha con i cavi, li stacca dal rack, dalla presa TV, e quando se ne va ci metto ore a capire perché non va internet o la televisione.

Deve avere dei problemi in famiglia, ma io sto facendo le faccia dura ogni volta che lo vedo per evitare di sapere, mi bastano nell’ordine: la mia rom di fiducia che si chiama Lanuta, l’informatico senza fissa dimora, Ada del pian di sopra, il suo bagno, sua figlia e sua nipote… ed altri vari casi umani che mi ritrovo appiccicati addosso. A questi vanno poi aggiunti amici e amiche in difficoltà di mia figlia che ogni tanto mi telefona e mi dice: “Tizio è in difficoltà per … cosa possiamo fare?” Lei è convinta che io sia onnipotente ed onnisciente, è lusinghiero, ma faticoso. Da quando c’è Google almeno mi risparmia la funzione enciclopedia. La amo questa figlia crocerossina pronta a farsi carico dei guai altrui. Si è sposata con un famiglione matriarcale pugliese che ha adottato in toto. Ogni tanto vorrebbe adottare anche me, imponendomi abiti trendy e specialità gastronomiche surgelate oltre che animali in difficoltà. E’ molto animalista, una volta all’una di notte mi ha coinvolta a percorrere in macchina la tangenziale per andare a San Giuliano a salvare un riccio avvistato da suo marito nel parcheggio ATM. L’ho fatto, si è presa il riccio e l’ha liberato nel suo giardino, immediatamente il riccio ha scavato una galleria ed è sparito. Chissà cosa ha pensato del viaggio in macchina e del nuovo territorio privo di suoi simili.

Fa collezione di tutto, soprattutto di coniglietti prevalentemente di pelouche (rare volte vivi). Quando era piccola aveva sviluppato la perversione di collezionare anche piccoli sacchetti di plastica (tipo farmacia). La sua stanza era un magazzino di oggetti disparati che ogni tanto io radevo al suolo fra le proteste. Era una bambina timida, fifona, l’avevo mandata alle medie a Rinascita dove imperversavano dei bulli di cui uno con coltello in tasca. Tornava a casa e fingendo di giocare mi picchiava, ero l’unica che poteva picchiare senza paura.

Mercato, molta frutta e poca verdura, non è stagione. Costumi per le bambine a otto euro ciascuno dal blocchista ganese colto e gentile.

Niente lavoro tranne uno script che funziona da anni e adesso va in time out, sarà il server di aruba che è sovraffollato oppure qualche spazzatura penetrata nel db. Rimando di capire e stendo una lavatrice. Spesa con marito e poi patatine in forno, recupero gatto rimbesuito dal caldo, innaffio e nipoti, molto di buon umore dopo la giornata in piscina, la piccola è già abbronzata come una shrilankese, la grande è un po’ scottata su naso e spalle. Da facebook scopro che ha una storia con un ragazzino all’oratorio e stavolta sono un po’ preoccupata dal tono dei messaggi, d’altronde se non parla come faccio a darle qualche consiglio?

Pollo arrosto di friggitoria con patatine anche questo venerdì, la formula funziona. Alle 10 le metto a letto con il ventilatore a manetta puntato sul soffitto.

Scrivo e mi ci diverto.

Sabato tranquillo, notte con tosse, sveglia tardi, lavaggio senza storie, involtini primavera per la piccola, patate a faccina per Daria e poi piscina, non mi sono ancora spelata e in costume mi vedo oscena ma non mi cale. In acqua caldissima per due ore filate, Daria non si scolla da Martina, in acqua la tiene e le insegna il nuoto acrobatico, la piccola si fa cullare. Indi la piccola dal parrucchiere, sono finalmente riuscita a convincerla a tagliarsi i nodi lanosi in fondo ai capelli. Dal parrucchiere sta seduta compunta come una signora, ci tiene alla sua bellezza. Poi cena con lasagne fatte a mezzogiorno e via in Barona. La loro mamma ci comunica che da lunedì lavorerà, speriamo duri più dei soliti quindici giorni. Quindi ancora bambine qui il pomeriggio e a cena, la mamma smetterà di lavorare alle venti.

Al ritorno in macchina, come al solito faccio la prova del nove con le targhe delle macchine.

C’è afa, Oscar è sdraiato sotto il ventilatore, io finalmente rilassata mi appresto a godermi una gran dormita come tutte le domeniche e poi, si ricomincia.

Su Facebook, nella pagina di Clara Sereni commento anch’io la sua decisione di ritirarsi in casa di riposo letta si Repubblica.

Ho letto l’intervista e mi ha colpita molto. Ho più o meno la sua età. Qualche anno fa’, quando seguivo mia madre nella casa di riposo ebraica di Firenze vi ho incontrato delle persone intorno ai sessantacinque anni che vi abitavano con molta piacevolezza. Li guardavo con un misto di attrazione e paura, attrazione per la loro vita semplice ed accudita, paura di fare una scelta che certificasse una possibile perdita di autonomia. Adesso, prevale il desiderio di scendere di livello, di lasciarmi andare e accettare la mia fragilità che cresce di anno in anno anche se cerco di rimuovere e di non farlo notare. Non posso farlo, ancora molte persone dipendono in parte dalla mie risorse. Ma credo sia una scelta equilibrata e felice.

 

La casa di riposo è come la mia torre, un luogo in cui finalmente sei accudita, non hai bisogno di dimostrare che esisti, non devi meritarti quello che ti danno. Ieri notte quando sono entrata nella torre ho trovato una festa in corso, la festa della frutta d’estate e dei peperoni. C’erano tavoli con torte, gelatine, macedonie di pesche, albicocche, poi altri con ricette di peperoni di tutti i tipi e colori. Pink Floid come colonna sonora e alle pareti una bella mostra di foto e dipinti sull’estate. La gente mangiava qualcosa, qualcuno cantava dietro ai Pink Floid, i bambini scorrazzavano qua e la e giocavano a nascondino sotto i tavoli. Mi sono fermata a salutare qualcuno e a fare i complimenti alle tante cuoche di quel banchetto, poi sull’ascensore ho preso sonno. La torre ha un nome Elsewhere. Petulia ha anche lei un alter ego, Lia, che vive vicino a Haifa in riva al mare scrivendo racconti, ogni tanto si telefonano e parlano di Gloria con commiserazione.

….

Il caldo è tanto ed io devo cambiare il letto.

Letto cambiato, piante innaffiate, zanzare alimentate, peperoni conditi e mangiati, doccia e alle 20 sono fresca per la partita Italia Spagna, vista assurdamente nel televisore francobollo in cucina, tranne il quarto goal.

Domani in banca, ho scoperto che mio marito non mi ha ancora messo sul conto i 5000 euro per l’assegno che ho dato a Gabetti. Quindi ho fatto un assegno a vuoto! Domani di corsa a coprirlo con un suo assegno, ma che testa ha?

Mi balocco al computer, in questi giorni sul newsgroup di Sinistra per Israele a cui partecipo si sta discutendo sulla politica della destra contro l’immigrazione , partendo da un articolo sull’Unità.

«Israele, il popolo dei lager non può costruire dei lager» Tel Aviv dà il via libera ai centri di detenzione per stranieri irregolari.

Parlano Shulamit Aloni, Yael Dayan, Zeev Sternhell, Yaariv Oppenheimer…

di Umberto De Giovannangeli

 

«Un popolo che ha conosciuto l’orrore della deportazione forzata, un popolo che sa cosa significhi guardare il mondo da dietro il filo spinato, questo popolo non può, non deve smarrire la sua memoria collettiva e fondare la propria sicurezza sui Muri e i campi di detenzione». Le parole di Shulamit Aloni figura storica del pacifismo israeliano, più volte ministra nei governi guidati da Yitzhak Rabin e Shimon Peres danno conto di una vicenda drammatica che va oltre la dimensione politica e tocca le corde, sensibili, della memoria e dei sentimenti. Decine di migliaia di immigrati irregolari presenti oggi a Tel Aviv e in altre città israeliane saranno trasferiti presto in campi di detenzione in costruzione e in «città di tende».…

 

A commento avevo scritto:

Da quanto succede traggo la conclusione che, al di là delle motivazioni specifiche, religiose o altro, la destra al governo, con una politica razzista ed opportunista sul problema dell’immigrazione, ha trasformato Israele in un paese come gli altri. Peccato! Sinistra per Israele potrebbe dare il suo piccolo contributo, affiancando chi critica da sinistra, per evitare la deriva verso un paese peggio degli altri.

 Un paese normale, alla fondazione si pensava di poter costruire un paese migliore. Un’utopia, che però aveva il suo fascino, il paese dei kibbuz, dove si poteva tenere la porta aperta perché nessuno avrebbe rubato al fratello. Ovviamente è durato poco.

Di recente il paese normale è stato invocato da David Grossman con una nuova accezione: un paese non più in guerra, senza odio, banale ed umano nel suo quotidiano. Adesso Israele ha anche acquisito una normalità patologica. Come nelle periferie italiane in quelle di Tel Aviv, è diffuso il razzismo dei poveri e degli ignoranti. Il razzismo di Titti che dice prendo meno di un marocchino per lo stesso lavoro (e non è vero, fa la cameriera a 5 euro come loro ma ritiene di essere migliore di loro). E la dirigenza dei due paesi sfrutta con cinismo la guerra fra poveri per governare il mercato degli immigrati.

Vorrei anch’io con Grossman che Israele fosse un paese normale, ma magari un pochino migliore degli altri, che fosse vaccinato contro il razzismo così come lo sono per la maggior parte gli ebrei italiani.

Ho fumato meno e sto un po’ meglio, dovrei smettere ma non ci riesco proprio.

Scrivo due righe su FaceBook su una scemata, niente di personale perché Il TAO detto non è più TAO.

Personaggi nella trama:

  • Oscar, cinque anni, bianco e tigrato di giallo e di nero con calzini bianchi e coda mozza, grasso, unico gatto che conosca che ama i bambini.
  • Zoe, 17 anni, nera con macchia bianca sul petto, infanzia difficile (trovata in gabbia a tre mesi) grassa, perfida, timida, spasmodicamente affettuosa durante la notte, unghie extra large molto pericolose.
  • Daria, 12 anni, liscia e castana chiara, abbastanza alta, viso da siculo normanna, corpo molto femminile, alterna momenti da bulla con timidezze acute. Puntuale in modo ansioso per contrappasso con genitori che ritardano sempre. Acuta ed intelligente, materna e protettiva con Sabrina.
  • Sabrina, piccola, nera e cattiva. 8 anni e mezzo. Un semino che dallo Shri Lanka miracolosamente si è annidato in una pancia italiana. Polemica, dispettosa, disordinata, grandissimi begli occhi neri che tradiscono dolcezza. Volontà di acciaio come le sue braccia da scimmia che le permettono di arrampicarsi sui pali dei cartelli stradali.
  • Silvia 45 anni con un viso da dodicenne. Formosa, riccia e cespugliosa, adesso grigia, alta, chiamata pinguina da piccola per il suo modo di camminare. Romantica, troppo romantica, disponibile verso gli altri, lavora tantissimo e acquista altrettanto (forse di più), ottima venditrice e ottima crocerossina per tutto il suo intorno.
  • Franco, più di sessant’anni, magro di dietro, ovetto davanti dovuto al vino eccessivo. Artigiano in proprio poco incline al guadagno. Trasandato e non felice, la politica era il suo destino ma si è spezzato. Impegnato con le nipoti, trascurato con me che considera sorella e madre piuttosto che moglie.
  • Io, sessant’otto anni, un metro e settanta e più di novanta chili, capelli corti e grigi, lenti a contatto. Occhi chiari che facevano contrasto con i capelli scuri. Gambe macchiate da capillari rotti. Troppe sigarette, troppo cibo ed un delirio di onnipotenza che mi porta ad impegnarmi più di quello che posso. Attualmente presa dal salvataggio nipoti. Giardiniera, portinaia in-volontaria del palazzo,  e cuoca, affetta da sensazione di irrilevanza sociale. Mi piace la politica ma ogni volta che mi impegno in qualcosa, senza volerlo, mi ricavo un ruolo da “angelo del ciclostile”.
  • Jasar, il gatto dei vicini, gigantesco e rosso, trovato cucciolo a Hebron dalla sua padrona archeologa, sballottato in giro per il mondo, a New York, in Inghilterra e non so dove altro, divenuto paranoicamente aggressivo e territoriale, me lo trovo in casa ad aggredire i miei gatti sul divano.
  • La dottoressa dirimpettaia, risata terrificante, generosa, iperattiva, convinta di costruire un condominio solidale in questo palazzo aggredito dalla speculazione.
  • Paolo l’occupante abusivo che filosofeggia sulla fine del capitalismo ogni volta che mi becca ad innaffiare le piante.
  • Il condomino dell’ultimo piano con piccolo cane che sembra un cinghiale. Fa il facchino all’Esselunga da dove recupera scatolette ammaccate e sacchi bucati di sabbia per gatti riciclandoli. Civile e gentile.
  • La moglie del tabaccaio che lavora alla cassa. E’ sempre al telefono e ogni volta mi fa pagare diverso per il panino con chinotto.
  • Mia sorella, piccola, sexy, un’intelligenza basata su un relativismo aggressivo, se AFFERMO QUALCOSA  lei mi interroga SPIETATAMENTE  si carezza un labbro mentre pensa, con lei un rapporto di amore intenso, da ultime naufraghe di una complessa famiglia.

 

Piovi per cortesia, piovi! E’ una giornata afosa di nuvole basse in attesa del temporale che non viene.

Non piove, cincischio tutto il pomeriggio e su Facebook scopro che mia nipote è fidanzata ufficialmente, alle sei è qui e la prendo in giro, le dico allora me lo devi far conoscere il tuo fidanzato altrimenti non è un fidanzamento ufficiale. Stasera ha cambiato il suo stato, adesso è più prudentemente solo impegnata. Comunque le mie apprensioni per il suo ingresso nel mondo degli amori si calmano. Ha una bella faccia serena, quindi mi sembra che i suoi baci con il ragazzino debbano essere abbastanza casti. Sabrina è tranquilla ad affettuosa, anche a causa dei due paia di sandali che lo ho elargito. Oscar, sotto i miei occhi attoniti fa pipì sullo zaino di Sara, pulisco zaino e tavolo. Poi ripulisco di nuovo il tavolo imbrattato di tempere da Sabrina.

Cerco di guardare un posto al sole ma arriva Titti di ritorno dal suo primo giorno di lavoro. Comunque era una puntata di passaggio, di quelle senza drammi.

Guardo Cheri alla TV, bello, Lea mi ricorda Carla, ha un viso da mela di Biancaneve ed anche qualcosa che richiama il suo modo di interloquire.

Cincischio e rassetto. Cerco un portatile per Daria, possibilmente resistente all’acqua. Lei vorrebbe un piccolo netbook, ma con un solo giga di ram mi sembra un’idiozia. Mi compro costume e reggipetti da BonPrix sperando di avere indovinato la misura. Bambine di ritorno da giochi d’acqua e piscina, immediata lavatrice di vestiti umidi e svuotatura zaini con merendine sbriciolate. Cena e poi arriva Titti, osservo con maligna soddisfazione che ha messo su un didietro imponente. Ha firmato un contratto di 4 mesi con la cooperativa di pulizie di un ospedale. Non so se durerà, non è mai successo, ma se va avanti è un bel problema: orario dalle 15 alle 20, arriva qui alle 21. Adesso va bene, ci sono le vacanze ma da settembre con le bambine a scuola non vedo come fare.

Una vita incasinata per loro e per noi. Sarebbe meglio se stessero qui a dormire nei giorni feriali.

 

Nella torre cerco di inventare ricette con pesche ed albicocche, ma oltre che la gelatina e la macedonia non mi viene niente in mente. Le pesche al forno con il cioccolato non mi piacciono, ma se qualche cuoca le ha fatte va bene lo stesso.

Sveglia tardiva e pigra, rassetto me e la casa, esco e vedo che il mio vicino ha cosparso di Baygon i suoi scalini. Immediatamente scatta l’allarme, se Oscar ci cammina (e sicuramente ci cammina visto che ha eletto domicilio sopra la sua pianola) si appiccica le zampe di Baygon che so bene quanto sia nocivo per il fegato dei gatti. Insieme lo aspiriamo con l’aspirapolvere e poi laviamo con la canna. Sguazzo con piacere nel laghetto che abbiamo fatto. Zoe vomita una salsiccia di pelo ed io pulisco. Mi chiama l’agenzia, hanno accettato la mia offerta per la casa in stadera. Contentezza e panico vanno insieme. Chiamo Franco per dirglielo e lui, inaspettatamente mi ringrazia.

Alle 23 la catastrofe, provo a correggere alcuni errori di funzionamento del mio portatile e si blocca tutto!

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(continua)